La progettazione delle case ha subito, negli ultimi decenni, una trasformazione radicale, passando dalla semplice necessità di coprire gli spazi abitativi alla ricerca di prestazioni energetiche e durabilità sempre più elevate. In questo contesto di evoluzione tecnica, la copertura piana rappresenta uno degli elementi più critici e complessi da gestire, dovendo garantire una perfetta impermeabilità e un isolamento termico efficace nonostante l’assenza delle pendenze tipiche dei tetti a falde.

Tra le diverse soluzioni ingegneristiche sviluppate per rispondere a queste sfide, il tetto rovescio si è affermato come una delle stratigrafie più intelligenti e funzionali, capovolgendo letteralmente le logiche costruttive tradizionali per offrire vantaggi specifici in termini di protezione dei materiali e stabilità termica dell’edificio. Comprendere il funzionamento di questa tecnologia è fondamentale per chiunque si trovi a dover decidere la tipologia di copertura per una nuova costruzione o una ristrutturazione importante.

La logica dell’inversione stratigrafica

Per capire cosa sia esattamente un tetto rovescio, è necessario prima visualizzare la struttura di una copertura piana tradizionale, comunemente definita “tetto caldo“. Nella configurazione standard, l’elemento portante (il solaio) viene coperto da una barriera al vapore, sopra la quale viene posato l’isolante termico e, infine, lo strato di impermeabilizzazione (la guaina bituminosa o sintetica) che rimane esposto agli agenti atmosferici. Nel sistema a rovescio, come suggerisce il nome, questa sequenza viene modificata in modo sostanziale: l’impermeabilizzazione viene posata direttamente sulla struttura portante (o su un massetto di pendenza), e lo strato isolante viene collocato al di sopra di essa.

Questa inversione posizionale non è un vezzo stilistico, ma risponde a una precisa esigenza di tutela dei materiali. Nel sistema tradizionale, la guaina impermeabile è il primo baluardo contro il clima: subisce direttamente l’irraggiamento solare, il gelo, la grandine e, soprattutto, gli sbalzi termici giornalieri e stagionali che causano dilatazioni e contrazioni continue, portando nel tempo a fessurazioni e invecchiamento precoce. Nel tetto rovescio, invece, la guaina si trova in una posizione protetta, “calda” e stabile, coperta dai pannelli isolanti che ne prolungano significativamente la vita utile riducendo il rischio di infiltrazioni future.

Materiali specifici per un isolamento esposto

Una differenza cruciale rispetto ai tetti tradizionali risiede nella scelta dei materiali coibenti. Poiché nel sistema rovescio l’isolante si trova sopra l’impermeabilizzazione, esso sarà inevitabilmente esposto all’acqua piovana e all’umidità. Di conseguenza, non è possibile utilizzare materiali fibrosi o igroscopici come la lana di roccia o di vetro, che perderebbero il loro potere isolante se bagnati.

L’isolamento tetto rovescio richiede tassativamente l’utilizzo di pannelli in polistirene espanso estruso (XPS), un materiale a celle chiuse che vanta un assorbimento d’acqua quasi nullo, un’elevata resistenza meccanica alla compressione e un’ottima resistenza ai cicli di gelo e disgelo. Questa specificità materiale è ciò che rende tecnicamente possibile l’intera stratigrafia.

Tipologie di finitura e destinazione d’uso

La flessibilità di questa soluzione si manifesta anche nella varietà delle finiture superficiali, che determinano la fruibilità della copertura. A seconda delle esigenze del committente, si può optare per un tetto rovescio praticabile o meno. Nel caso in cui la superficie sia destinata al calpestio frequente, come per terrazze condominiali o giardini pensili, sopra lo strato isolante (protetto da un tessuto non tessuto filtrante) viene posata una pavimentazione su supporti o un massetto con piastrelle, sfruttando l’alta resistenza alla compressione dell’XPS.

Al contrario, se la copertura ha scopi puramente tecnici e di chiusura, si parla di tetto rovescio non praticabile. In questo scenario, la finitura è solitamente costituita da uno strato di ghiaia o pietrisco lavato. La ghiaia svolge una duplice funzione fondamentale: funge da zavorra per impedire che i pannelli isolanti vengano sollevati dal vento (essendo posati a secco e non incollati) e protegge l’isolante stesso dai raggi UV, garantendo al contempo il drenaggio dell’acqua piovana che scorre attraverso le fughe dei pannelli fino alla membrana impermeabile sottostante e poi ai bocchettoni di scarico.

Il confronto con le altre tecnologie

Nel vasto panorama delle coperture, che spazia tra le categorie di tetto caldo e tetto freddo, il sistema rovescio si colloca tecnicamente come un’evoluzione del tetto caldo, ma con prestazioni di inerzia termica spesso superiori. A differenza dei tetti freddi (o ventilati), dove esiste un’intercapedine d’aria tra isolamento e copertura esterna per smaltire l’umidità, il tetto rovescio gestisce la fisica dell’edificio per contatto e massa.

Analizzando le differenze tra tetti isolati e ventilati e tetti rovesci, emerge come questi ultimi siano particolarmente convenienti in situazioni climatiche caratterizzate da forti escursioni termiche o quando si desidera una posa rapida e indipendente dalle condizioni meteorologiche: potendo posare l’impermeabilizzazione subito e l’isolante in un secondo momento, il cantiere risulta più flessibile.

Inoltre, la manutenzione è semplificata: in caso di perdite, è sufficiente sollevare i pannelli isolanti (posati a secco) per ispezionare la guaina, senza dover demolire massetti o pavimentazioni incollate. Si tratta di un vantaggio economico e logistico non trascurabile nel ciclo di vita dell’edificio.

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Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio 2026